LINK IESTA - Renzi tassa i castelli e le ville, pensando di vivere a Disney World, di Alessandra di Canossa

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Ah, che belli, i castelli delle favole… Sono belli, grandi, con alte torri dove rinchiudere i cattivi, stuoli di servitù che puliscono le argenterie, tende e arredi opulenti. C’è anche il principe azzurro che aspetta la fanciulla sul cavallo bianco pronto per fare una cavalcata per le sterminate campagne al grido: tutto questo un giorno sarà tuo!

Ve li immaginate così i castelli vero? SBAGLIATO!

Chi crede che la maggior parte dei castelli e le ville che vede in giro per l’Italia funzionino davvero così, è un parente stretto dei fratelli Grimm. Cioè molto vicino al mondo delle fiabe.

Vi racconto una storia:

In Italia, su 62.500.000 abitazioni, esistono 30.000 immobili storici vincolati: per capirsi, stiamo parlando proprio di quei bei castelli e di quelle belle ville che nell’immaginario di tutti sono abitati da Aurora e dal principe Azzurro.

Il principe Azzurro riceve dai suoi genitori il castello in eredità. Azzurro sposa Aurora, va a vivere nel castello, e si accorge che il suddetto castello è in realtà un colabrodo: crepe dappertutto, finestre rotte, riscaldamento inesistente, elettricità chissà dov’è, manco lo straccio di un’aria condizionata o di una piscina dove riposare dopo il lungo lavoro. Che brutta sorpresa!

Al governo del regno c’è Don Renzi, noto rottamatore della vetusta e antiquata monarchia assoluta. Al grido del governatore “la cultura salverà l’Italia”, il principe azzurro si fida di lui, lo aiuta, lo vota, lo sostiene. Il governatore promette al principe: “Vedrai: toglieremo le tasse sulle case per tutti, ti aiuteremo a rimettere in piedi quelle quattro mura che ti sei ritrovato in eredità. Vedrai: sono pronti pronti 100 milioni a fondo perduto per aiutarti: basterà solo che tu apra il castello ai sudditi ogni tanto… niente di faticoso.”
Il principe gli crede, rimette in moto la piccola economia intorno al castello, quello che viene volgarmente chiamato “indotto”, fa tutti i lavori necessari, apre al pubblico la tenuta, e in più lotta con tutte le Sovrintendenze di questo mondo e quell’altro perché non gli fanno fare niente: tutto il castello è vincolato (in parole povere è bloccato). “Sa – gli dicono dal governatore – lei ha un bene importante, di altissimo valore storico-culturale, non può cambiare nulla né fuori né dentro”.

Sicuro di fare il bene per sé, per la storia che rappresenta, per i suoi avi, ma soprattutto per le generazioni future, Azzurro obbedisce, si adegua, fa tutto ciò che c’è da fare, paga tutto e poi aspetta quel contributo di 100 milioni che il governatore Renzi aveva promesso. Speranza vana: il regno blocca i fondi e il principe rimane fregato!

Oltre a ciò, il governatore decide che il bel castello dove vive il principe non rappresenta più la cultura come bene di tutti, la spina dorsale della nazione in quanto bene storico e artistico, non va più protetto, ma viene accatastato e messo allo stesso livello di una villa privata con piscina riscaldata e sauna a Courmayeur, con annesse e connesse tasse da pagare. E il principe rimane fregato di nuovo!

Così facendo, infatti, il governatore incorre in uno sbaglio grossolano: confondere ciò che ha valore storico-culturale con ciò che ha un valore economico.

La morale della favola? Azzurro ha lavorato, ha mantenuto, ha ridato vita alla cultura dell’intero paese, ma non ce l’ha fatta… il governatore l’ha torchiato di troppi obblighi e troppe tasse. Un giorno ha suonato alla sua porta un certo Monsieur Monacò, giovane rampante amministratore di una società finanziaria con sede in un piccolo paese al confine del regno. Nessuno sapeva bene come questo Mr. Monacò avesse creato la sua ricchezza, ma fu l’unico a presentarsi alla (s)vendita del castello cui Azzurro fu obbligato.

Questa è la realtà, il castello di Cenerentola esiste solo a Disney World, e la lettera qui in calce dell’Associazione Ville Venete è l’ennesima alzata di scudi rivolta a un Governo sordo e iniquo, consci che sicuramente la cultura non salverà l’Italia come dice Renzi, se l’Italia non salverà la cultura a sua volta!